Bella gente e piume di pavone. Pitti is coming.

Questa settimana si è svolta la 93° edizione di Pitti Immagine Uomo, a Firenze.
Un evento che si porta dietro una storicità e un bagaglio di eccellenze unico al mondo. Una garanzia, sempre.
É un appuntamento che aspetto con ansia e che amo particolarmente (perché l’uomo che sa vestirsi, si veste bene davvero) e che va vissuto in tutta la sua unicità.
Belli gli eventi, belle le aspettative, belli gli stand, bella la location, secondo me belle anche noi.
Soprattutto bella Serena, che si è presentata (con non poco entusiasmo e mio grande orgoglio) con un meraviglioso cappotto fantasia con maniche di piume rosse.
I calzettoni al ginocchio abbinati a sandali in denim poi, erano un dettaglio da non sottovalutare.


Per me fin qui tutto normale, se non fosse che al nostro ritorno una persona ci ha fatto notare che il look di Serena era “un po’ forte”.
Io di forte ho visto tante cose a Firenze quei giorni e sicuramente anche il suo outfit, ma dal lato della potenza espressiva e del carisma personale.
Quelli erano forti, si.
Allora una riflessione é sorta spontanea: se lavoriamo in un settore creativo come quello della moda, che dovrebbe essere estroverso, all’avanguardia e anticonvenzionale per definizione, perché ci si aspetta di vederci vestite con un completo nero e un cappello a falda larga, ad un evento che celebra proprio i valori di stravaganza e unicità?
Perché “è quello che la moda suggerisce ora”, mi è stato risposto.

Chi ha stabilito che la moda dovremmo subirla, anziché seguirla? Quando è diventata un vincolo invece di essere libera scelta di espressione? Perché dovremmo solo accettare le tendenze, e non invece interpretarle?
A prescindere dall’autonomia che, io credo, ognuno dovrebbe avere nello scegliere i capi che meglio lo rappresentano e di indossarli con naturalezza, reputo un enorme controsenso il considerare una buona scelta di stile solo il mood del momento, quello “sicuro” e di facile comprensione.
“Indossa la sneakers con il polsino, è l’unica davvero giusta.” “Scegli il cappotto over, con quello non sbagli.” “Solo stivali sopra il ginocchio, gli altri buttali tutti.”
Io i miei adorati stivali bassi non li butto neanche sotto tortura, voi fate come volete.
Al Pitti quest’anno ho incontrato una miriade di persone interessanti, professionisti e grandi talenti, come in ogni edizione d’altronde, ma ho notato una cosa: c’era poco, pochissimo colore. Noi, sempre a parte.


In una macchia nero-marrone con qualche accenno di ruggine e cammello (senape per i più audaci), noi eravamo un faro di colori brillanti.
Look studiatissimi e indiscutibilmente raffinati, sicuramente. Senza alcuna sbavatura. Appunto.
Ok, tutti d’accordo sul dover rappresentare le correnti del panorama attuale e saperle interpretare ma qualche nota “sopra le righe” credo non faccia mai male, soprattutto in contenitori simili.
La mia opinione sarà probabilmente impopolare tra i colleghi, me ne assumo la responsabilità e il rischio, ma la potenza comunicativa dove è andata a finire?

Lo riconosco ma devo dire che ne vado molto fiera: nel nostro stile, in quello di Kaki intendo, ci sono spesso imperfezioni e portiamo macchie di colore in contesti monocromatici. A volte stona, a volte facciamo scelte azzardate (nel look e nel lavoro, in generale), magari sbagliando anche (…e spesso) ma siamo sempre noi a scegliere.
Da perfezionista apprezzo l’ordine, ma non quello che diventa flusso convenzionale di regole dettate da altri.
Fare le cose in modo diverso non significa improvvisare o agire senza metodo. Seguiamo le regole ma le adattiamo a noi stesse scegliendo una direzione sempre personale.
Ci vestiamo con colori accesi e sfoggiamo piume rosse, cappotti a pois e piumini rosa perché questi sono i capi che ci rappresentano e con i quali sentiamo di poter instaurare una comunicazione con gli altri.
Raccontiamo qualcosa di noi, senza presunzione e con la consapevolezza di poter scivolare su qualche buccia di banana ogni tanto, ma sempre con la certezza di aver provato a dire la nostra. Non lo considero un errore o un difetto, piuttosto un valore aggiunto.
É il lavoro che abbiamo scelto, e nel motivo per cui l’abbiamo scelto, io credo molto.

Credo nell’espressione, che sia immediatamente compresa o meno, nella personalità e nel sapersi distinguere.
Come in ogni cosa ben fatta, anche nel nostro lavoro ci vuole criterio, studio, dedizione e impegno. Conosciamo, analizziamo e studiamo le proposte e le tendenze ma non permettiamo che diventino un limite per la nostra capacità espressiva.
Un’opinione condivisa dal mio team, che è diventata negli anni prerogativa del progetto Kaki&Me.
Quindi, amici del Pitti: io imparo da voi ogni giorno e sono grata della grande esperienza che mettete a disposizione di noi piccoli e giovani avventurieri del fashion business ma, secondo la mia modesta (modestissima, davvero) opinione, qualche sbavatura sarebbe bello tornare a farla.

Voi mi insegnate che il prodotto artigianale è unico, inimitabile e di grande valore, proprio perché mai uguale ad un altro. Sono allora sempre più convinta che non ci sia opera d’arte più rara e preziosa di quella imperfetta.

grazie a serena per averci regalato anche stavolta non solo lezioni di stile ma anche di volo e a chiara per riuscire sempre a catturare colore anche dove regna il grigio.