Schiaffi in mezzo alla nebbia.

Una volta ho scritto “Questo logo mi ha salvato la vita”.

Io non posso salvarla a nessuno ora. I miei problemi erano altri. Molto più piccoli, meno importanti.

Ora c’è chi muore senza respiro e per salvare vite, le speranze e i buoni propositi non bastano, spesso nemmeno la medicina e millenni di esperienza umana, figuriamoci un piccolo logo.

Stamattina però ho parlato con una persona a me cara, che mi ha fatto capire una cosa. Non posso salvare il mondo ma fare un regalo a me stessa: ritrovare la forza e il coraggio, per poterne magari dare un po’ agli altri. Anche fosse un granello.

Mi sono ricordata quindi che il deserto è formato da tanti minuscoli granelli. Da soli non sono niente, insieme formano distese.

Mi sono ricordata dopo giorni di torpore mentale e tanto sconforto, che anche il gesto più piccolo può fare la differenza, se scaturisce da buone intenzioni.

Ho fatto una lunga chiacchierata con una persona che stimo molto, professionalmente e umanamente. Per quanto la nostra non sia una conoscenza di lunga data, mi piace pensarla come un’amicizia. Forse più importante di tante coltivate in anni.

Non ne parlo con leggerezza, anzi tutt’altro. Mi tengo lontana dalla parola “amicizia” da anni, la misuro con attenzione e sto ben attenuta a come usarla. L’amicizia può essere una bomba distruttiva, ci vuole cautela nel maneggiarla e spero questa persona mi perdonerà per questa responsabilità che le sto dando. Per un momento però, oggi, mi sono ricordata di come vedevo questo importante sentimento, qualche anno fa.

Amicizia per me era conforto, porgersi la spalla per piangere ma anche dirsi le cose vere, giuste e spesso crude, così come sono. Soprattutto quelle.

L’amicizia è coraggio. È darne e averne. Me ne sono ricordata, oggi. È uno scambio. Il più utile che può esserci.

Questa amica qui ha le spalle larghe e gli attributi quadrati. Premessa necessaria.

Stamattina abbiamo parlato di tante cose. Di preoccupazione, di ingiustizie, di prospettive, di futuro incerto. Abbiamo parlato di cattiveria gratuita ma anche di altruismo regalato senza aspettarsi niente in cambio. Di quello che potrà succedere, nel bene e nel male. Soprattutto di quello che noi possiamo fare per far accadere qualcosa di bello e trasformare in nutrimento, il veleno.

Di questo ha parlato sopratutto lei. Io ero nella fase negativa del “senza obiettivi”. Lei mi ha porto prima la spalla per piangere, poi mi ha regalato un paio di schiaffoni per farmi rinsavire. La ringrazio molto per questo.

Le ho detto “Io non faccio un lavoro importante, mi sento solo inutile adesso, di fronte la gente che muore e soffre. Di cosa dovrei parlare? Di vestiti? Non c’è niente di utile che ora posso fare”.

Lei mi ha risposto “Quando entravo nel tuo negozio io mi sentivo meglio. Magari dopo una brutta giornata, venivo a trovarvi e anche un solo sorriso mi faceva stare un po’ meglio. Lo consideri niente, questo? Il poter regalare anche solamente po’ di leggerezza io lo vedo estremamente utile”. Questo è vero, c’è bisogno di leggerezza oltre che di cure e posti letto. Oggettivamente vero. L’ho provato io in prima persona dopo quella telefonata. Mi sentivo meglio.

Durante la chiacchierata però continuavo ad essere confusa, a ripetermi che avevo perso di vista gli obiettivi. A sentirmi solo minuscola e insignificante di fronte l’enormità del problema. Senza armi per proteggermi nè medicina per aiutare gli altri. Inerme…e inutile.

Oltre donare quel poco che posso, cosa c’è di tangibile che posso fare nel mio piccolo? Niente, continuavo a ripetermi.

Poi lei mi ha detto “Puoi ancora fare tanto. Puoi reinventarti. Non è solo fumo il tuo lavoro. E comunque non puoi permetterti di mollare. Nemmeno volendo. Per i tuoi dipendenti, per la tua famiglia, per chiunque.”

“Sei un piccolo ingranaggio di una macchia più grande, ricordatelo.”

Così ho capito che stavo solo guardando dalla prospettiva sbagliata. L’obiettivo non è più tenere in piedi le aziende, ma permettere alle persone di sopravvivere. Questo è un dovere. Di tutti. Non c’è stanchezza o sconforto che tenga.

Che siamo titolari, dipendenti, liberi professionisti, che viviamo solo di ciò che la natura ci offre, che siamo grandi o piccoli imprenditori, che siamo disoccupati o in pensione. Nessuno ora può permettersi di mollare.

Dopo questo pensiero ne è seguito un altro: ho pensato alle parole che più spesso mi sono sentita dire, e che ho detto io agli altri, in questi ultimi giorni: sono “Grazie”. E “Coraggio”.

Di coraggio io ne sento poco ora, per la prima volta forse in vita mia. Ho perso di vista il significato di quello che fino ad oggi ho fatto, non vedo più la direzione.

È come camminare in una strada in mezzo a banchi di nebbia. Non so più se è quella giusta, non vedo l’arrivo. È tutto confuso e poco chiaro. Lei stamattina è stata una folata di vento forte che per un istante ha spazzato via un po’ di quella nebbia.

Con la vista più nitida sono riuscita per prima cosa a scorgere delle deviazioni. Strade alternative che prima non vedevo. Soprattutto ho intravisto di nuovo la destinazione. L’arrivo alla fine, su in cima alla montagna che ho di fronte. Lassù ci sono i miei dipendenti, la mia famiglia, mio figlio e tutte le cose di cui devo prendermi cura. Delle quali negli anni mi sono presa l’onere, quelle che devo salvaguardare, che ho la responsabilità di mantenere.

Si, ho una responsabilità. E tra tutti i miei difetti, l’essere irresponsabile non c’è mai stato. Ho l’obbligo morale e professionale di garantire a loro quello che avevo promesso.

Uno stipendio alle mie ragazze, una carezza a mio figlio la sera, una vita serena al mio compagno.

Non so ancora quale deviazione dovrò prendere ma di certo non posso continuare a rimanere vagabonda in mezzo alla nebbia. Sarà il trecking più duro di tutti, ma posso farcela anche stavolta. Devo farcela.

Grazie Maila per avermelo ricordato.

Mi hai dato lo schiaffo più forte che meritavo. E più altruista, come solo un amico amorevole sa fare.